Enzo Santese
il NUOVO 30 settembre 2005
Lo stupore dell'infanzia
UDINE, Chiesa S.Antonio Abate,
sculture di Giuliano Caneva
Nel panorama dell'arte regionale non sono molti gli artisti che si dedicano alla scultura ad un livello che coniughi sistematicità del lavoro, conoscenza profonda dei materiali e continuo slancio di ricerca; Giuliano Caneva si segnala da anni per un impegno d'indagine sulle potenzialità del legno, soprattutto quando è materiale di scarto e viene impiegato in un'operazione "metamorfica", che lo eleva a nuove funzioni d'uso oppure estetiche. La Chiesa di Sant'Antonio Abate di Udine accoglie nel suo spazio risonante di storia un percorso attraverso il quale lo spettatore ha modo di entrare nel mondo ispirativo dello scultore. Il tìtolo della rassegna "Lo stupore dell'infanzia" è abbastanza indicativo dell'analogia tra l'universo dei bambini, continuamente protesi a smontare la realtà per ricomporla sui moduli di una fantasia fervida, e il perimetro poetico di Caneva, teso costantemente in una sorta di fibrillazione creativa: il tutto parte dalla scelta dei brani lignei da impegnare nel progetto plastico, il più delle volte resti della produzione artigianale o industriale. L'autore udinese procede a una sagomatura degli elementi che concorrono poi al risultato finale, ottenuto per assemblaggio, incastro, giustapposizione. Nel repertorio di opere esposte c'è una gran varietà di esiti: le "sedie" appaiono di primo acchito come tali, per rivelarsi poi articolazioni di uno spazio dell'ironia, dove sullo schienale o sul ripiano vari interventi "ricamano" immagini tridimensionali prodotte dall'accostamento di diverse porzioni che creano con la luce effetti diversi, dovuti alla differente scanalatura, inclinazione, ondularità degli elementi stessi.
Le opere di intonazione minimalista rivelano con vasta gamma di varianti (che vanno dai "Chelopodi" alla scultura intitolata "Brulichio") come lo spazio venga aggredito da formulazioni pla-stiche semplificate nella loro matrice geometrica, dove in un rapporto pieno-vuoto si sviluppa un accenno di racconto che presuppone un seguito virtuale, fuori dalle dimensioni della scultura. In questo senso il corredo concettuale non è estraneo al lavoro di Giuliano Caneva, per il quale la semplicità rappresentativa è nello stesso tempo ricchezza evocativa di presenze e idee che nelle articolazioni dei corpi nello spazio trovano un probante riscontro. In alcune sculture le linee di profilo si affinano in un'esigenza di armonia con i contorni strutturanti della scultura, quasi calligrafici a tratti nel loro scagliarsi esili e scattanti nello spazio. In qualche caso la creazione plastica si vale di una sorta di teatralità dell'impianto per cui suona come un palcoscenico dove si muovono i protagonisti di una storia, di cui la scultura rappresenta una scena soltanto.
Mentre il movimento di superficie è dato anche dalla studiata connessione di un elemento con l'altro in modo da creare discontinuità visiva e tattile. La capacità segnaletica di queste creazioni, il loro rimandare al altro, le rende docili a un progetto che è tipico della poetica di questo artista: il legno è la piattaforma per un viaggio attraverso le dimensioni del pensiero, tradotto in vari modi: con un semplice complesso aggregato di forme che si situano in uno spazio vibrante, oppure con una dichiarata figuratività che apre squarci risolutivi nel dilemma dell'interpretazione. Qualche volta sembrano derivare da una volontà ludica che ingaggia una dialettica serrata con lo spazio, a tratti inglobato dal corpo plastico, oppure dialogante con esso. Anche quando Giuliano Caneva stilizza i dati costitutivi della sua scultura, ondulando ritmicamente in controcanto l'andamento delle diverse porzioni, il dato minimalista mai è racchiuso in se stesso ma scatena una serie di opzioni interpretative che sono suggerite anche dall'evidenza grafica dei segni naturali del legno.